Ladri, ladri di consenso

Francamente, ci siamo proprio stufati di sentirci presi per il di dietro, con questa pippa della governabilità e della stabilità, paventata come emergenza da rendere necessaria una forte limitazione della democrazia parlamentare, dipinta come parolaia ed incapace.
Scusateci se ci permettiamo di argomentare che non vi è niente di più falso e più strumentale, costruito ad arte per potersi appropriare di un consenso che non si ha.
Ci si vuole appropriare per legge del diritto a governare senza il necessario consenso maggioritario. Infatti, tutte le proposte e tentativi di modificazione della Costituzione e delle leggi elettorali vanno, non a caso, nel senso dell’esclusione dalla competizione, di soggetti che potrebbero esprimere ricchezza di una istituzione rappresentativa e di confronto e non a casa chiamato Parlamento, che però, agli occhi di chi ora occupano le istituzioni, non danno garanzia di sudditanza.
Sembrerà strano, ma è sicuramente particolarmente rappresentativo della presente situazione, il come oggi nel Parlamento l’unica formazione politica che è portatrice di un chiaro e reale consenso politico è il M5Stelle, al di là dei comportamenti dei gruppi parlamentare.
Certamente non possono vantare quelle formazioni politiche presentatesi agli elettori con un programma ed una coalizione diversa da quelle con cui governano. Dovrebbero vergognarsi e dimettersi tutti coloro che dopo aver chiesto il voto contro qualcun altro e poi decidono, con ovvio opportunismo, di governarci insieme. A poco vale la balla della responsabilizzazione e di rinuncia dei propri programmi per il bene del Paese
Infatti delle due l’una, o i loro programmi erano sbagliati e non erano per il bene del Paese, oppure il millantato bene del Paese alla base delle larghe o larghissime intese, poiché costituitesi con una rinuncia ai propri programmi, non sono altro che immobilismo in attesa di tempi migliori, e con la mal celata intenzione di ottenere un vantaggio elettorale imposto per legge, realizzabile mediante l’accordo fra i due contraenti la larga intesa, con l’esclusione di tutti gli altri dalla competizione elettorale. E per questa via, di neo-consociativismo di famigerata memoria, realizzare la loro esclusiva occupazione ad eternum delle istituzioni.
Per argomentare il giudizio di “pippa falsa e strumentale”, delle cosiddette stabilità e governabilità, gettiamo uno sguardo sulla stessa storia politica del nostro paese. Invitiamo tutti questi meravigliosi rappresentanti politici e con essi la genia dei quarantenni governanti, di avere un po’ di memoria storica e di rileggere le infinite valutazioni e critiche circa la stabilità del potere e dell’egemonia democristiana. Eppure i democristiani hanno governato per cinquanta anni, con una stabilità secolare. La verità era ed è che la DC, al di là di tutte le differenze e liti, aveva un consenso popolare reale, che l’attuale personale politico ed i loro programmi non hanno. Memoria storica, per favore, anche circa il nuovo “mantra” del salvifico bipolarismo. Se non ce ne siamo accorti, la prima Repubblica, con una legge elettorale rigidamente proporzionale, era fondata su di un sostanziale bipolarismo tra la galassia della DC e del PCI. Si badi bene, si trattava di un bipolarismo, da noi della sinistra di allora bollato come “consociativismo” e combattuto come ostacolo ad una crescita democratica ed aperta al nuovo emergente. Consociativismo che al confronto con le attuali ipotesi istituzionali risplende di spirito democratico e di rappresentatività, poiché basato sul consenso e rappresentativo delle diversità e ricchezza esistenti nel Paese. Mentre il presente bipolarismo, teorizzato dalla politica dominante, si fonda sulla limitazione dei diritti al posto del consenso. Ridicolo e privo di memoria storica risulta anche qualunque paragone di capacità governativa, perché, anche se molto conflittuale, quel bipolarismo ha attraversato e gestito la ricostruzione del paese ed il boom economico.
Forse, chi non è capace di governare spera che con un bipolarismo autoritario si possa farlo più liberamente e si possa perpetuare il proprio potere. Non ci sperino. Niente di più illusorio. Questi nuovi Padri Fondatori della Repubblica, badino bene perché, forse, un bipolarismo con consenso ha retto per una cinquanta di anni e sono stati necessari forti movimenti di opinione per distruggerli. Mentre, sempre forse, per spazzare via un bipolarismo autoritario e leaderistico può bastare molto meno,. proprio perché impoverisce la politica e ne aumenta il distacco dai cittadini, o addirittura potrebbe bastare una scappatella del leader di turno.
Per non parlare di una sua inesistente capacità di durare, atteso che eventuali poli costruiti per costrizione e non per consenso, il giorno dopo delle elezioni, esplodono per ribellione dei componenti per opportunismo e obbligo.
E se è così, forse varrebbe la pena di smetterla di far finta di confondere il concetto di governabilità e di rappresentanza democratica parlamentare. Concetti che i nostri veri Padri Costituenti hanno già ben esplicitato e risolto, tranne qualche elemento di dettaglio. Dietro i quali, certo, come si dice, a volte si nasconde il diavolo. In cui una legge elettorale, democratica e proporzionale, non è per nulla ostativa né un intralcio per il buono e veloce governo adeguato all’abbisogna. Ma è, forse, la mancanza di idee, di un progetto politico di società ed una capacità di governo, che non conquistano quel consenso necessario per una stabilità e governabilità democratica.
Piaccia o non piaccia, ma senza il consenso di un terzo pel popolo che si esprime aggiunto a quello che si rifiuta di esprimersi non può esistere nessuna legittimazione a governare. E Grillo ne è prova vivente, il quale dall’alto del suo consenso, maggiore degli altri, pretende giustamente il suo diritto a governare. . Se oggi il confronto politico non fosse tarato dagli interessi personale degli attuali eletti, basterebbe leggere oculatamente la Costituzione, nel suo testo e nel suo spirito, per scoprire che non ci abbisognerebbe tutto questo “ciaccolare”, e che una via di suffragio elettorale universale imparziale e democratica, e la garanzia di governabilità sono già tracciate in essa, proprio perché frutto, sì di un compromesso, ma alto e ampiamente condiviso.
Ad esempio basterebbe osservare che la Carta, agli articoli 92 e 93, non rimette al Parlamento il potere di nomina e di revoca del Presidente del consiglio, ma al Presidente della Repubblica, e per altro senza indicare eventuali proponenti o concerti con alcuno. Cioè una specie di suo fiduciario. Anzi, in ossequio al principio del bilanciamento dei poteri, con l’articolo 94, vi pone solo il vincolo della fiducia delle due camere separatamente.
Non solo, ma a rafforzativo del concetto, lo stesso articolo precisa che una sfiducia su una proposta del Governo “non importa obbligo di dimissioni”. In definitiva la Carta non esclude una specie di “Coabitazione” all’italiana. Inoltre sancisce il come va proposta e votata una eventuale mozione di sfiducia, senza però sancire l’automatico decadimento del Governo, ma rimettendo cioè al Presidente della Repubblica l’obbligo di rivalutare la bontà della sua decisione e proporre di conseguenza. Dal che ne discende che secondo la Costituzione la stabilità di governo, come anche la correttezza dell’amministrazione della giustizia, è assicurata, per sette anni, con la nomina non revocabile del Capo dello Stato
Per cui la responsabilità di una instabilità ed incapacità di governo, in un determinato settennato, non attiene alla democraticità e rappresentatività del parlamentare, quanto piuttosto, alle scelte inadeguate della Presidenza della Repubblica o alle incapacità ed ai miopi interessi particolari dei partiti più grandi. A riprova basti pensare alle crisi di governo degli ultimi cinquanta anni, tutte determinate dai conflitti delle componenti interne ai partiti di maggioranza, e non all’azione delle opposizioni.
Per ottenere una governabilità più veloce e democratica, basterebbe che il governo usasse i suoi poteri attribuitigli dalla Carta agli articoli 76 e 77, circa la legiferazione per delega per decisioni “con forza di legge”, e la decretazione d’urgenza o senza “forza di legge”. Al massimo si potrebbero prevedere, in sede di regolamenti delle Camere, corsie preferenziali per gli esami delle proposte del governo.
Il che, si badi bene, vale anche per una seria e democratica riduzione dei costi delle Istituzioni, facile a farsi e senza ipocriti e fasulli scamiciamenti, a cui non crede nessuno.
In merito, ad esempio, basterebbe rammentare che gli articoli 56 e 57 della nostra Carta Costituzionale, nello stabilire il numero dei componenti della Camera e del Senato, recitano rispettivamente “ il numero dei deputati è di seicentotrenta” e “ il numero dei Senatori elettivi è di trecentoquindici”, cioè senza specificare se tale numero dovesse intendersi come numero minimo al di là del numero dei votanti, ma, stante all’espressione dell’articolo 57, sicuramente deve essere inteso come numero massimo, lasciando di fatto alla legge elettorale ordinaria ed ai regolamenti delle Camere la regolamentazione, oltre che del come anche dei quanti vanno a comporre tale consessi, in analogia a quanto normato dagli articoli 65 e 66 per le ineleggibilità.
Per cui nulla vieterebbe, in sede di legge elettorale e di regolamenti, cioè velocemente, di stabilire che il numero dei Deputati e Senatori eletti, oltre alle articolazioni proporzionali per territorio (collegi elettorali) e per partiti (liste), sia anche rapportato proporzionalmente al numero dei votanti e non degli aventi diritto al voto. cosa per altro già accaduta per casi particolari.
Ci piace precisare, cioè, che la consuetudine di un sistema elettorale, in cui solo tre elettori eleggono comunque mille loro rappresentanti, non è affatto un obbligo sancito dalla Costituzione, quanto piuttosto una sua distorsione fatta per gli interessi del personale politico allora dominante.
Inoltre, non sfugge a nessuno, che una simile piccola precisazione comporterebbe un costo variabile delle Istituzioni rappresentative, con una sensibile diminuzione dei loro costi, in quanto non pagate se non rappresentative, come comporterebbe anche una maggiore rispondenza della politica ai problemi ed ai bisogni dei cittadini elettori e non solo aventi diritto al voto.
In definitiva per la definizione di una legge elettorale, quantomeno per imparzialità e credibilità, oggi sembra essere più titolata la Consulta piuttosto che questo Parlamento.
Quindi i nuovi Statisti non si nascondano dietro ad una foglia di fico. Ed il “Nonno Nazionale”, dall’alto della sua carica e del suo carisma, non si faccia compromettere con questi meschini ed inconfessabili interessi di cordate, e tuteli e garantisca meglio quella Carta, fondata sul sistema dell’equilibrio dei contrappesi, bicameralismo e doppia lettura compresa, posto a garanzia contro rigurgiti autoritari ed assolutistici, già vissuti e contro cui vi è stata una guerra civile di liberazione, in cui molti uomini della sua generazione e molti suoi compagni di lotta hanno perso la vita.

Bruno De Vita, segretario U.D. Consumatori

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