Gli avvoltoi sul Monte

Uno stormo di avvoltoi si aggira sul cielo di Siena, sono i nuovi mostri del sistema finanziario speculativo che attendono di divorare l’ultimo piccolo spezzone di finanza legata al territorio che sfugge al loro controllo.
Sia chiaro, non che il Monte dei Paschi non sia colpevole di tutte le mala-gestioni avvenute in questi anni, di tutti gli intrecci perversi e più o meno occulti fra banca e politica. Come anche colpevole di tutte le ruberie individuali di molti amministratori e potenti della politica locale e non.
Tutti fatti ed intrecci su cui la Magistratura ha l’obbligo di indagare e se, vivadio, riuscisse a sbattere in galera un bel mazzetto dei tanti profittatori, sarebbe sicuramente cosa molto salutare per la nostra democrazia e la sua credibilità.
Ciò detto, però, non dobbiamo farci abbagliare dai riflettori mediatici accesi più per speculazione elettorale che altro.
Il caso Monte Paschi non è, e non può essere visto come ordinario malaffare e basta, usabile in campagna elettorale contro questa o quella coalizione.
Ma al di là delle capacità o meno dei partiti politici di confrontarsi seriamente sul ruolo della finanza e della gestione sociale del risparmio, come al di là del vizio molto diffuso dell’uso corrotto dei pubblici poteri, il caso Monte Paschi è cosa molto più grande e molto più grave per la vita dei cittadini. E’ la parte emergente di uno scontro sommerso tra spezzoni del sistema bancario, per la distruzione degli ultimi residui di una finanza, minimamente, ancora, legata al territorio ed a delle motivazioni di socialità e solidarietà, rappresentata dal sistema delle fondazioni.
La vocazione servile dei partiti verso i poteri forti sta facendo, per miseri tornaconti elettorali, il lavoro sporco di delegittimare coloro che resistono a questi nuovi padroni, le fondazioni, scaricando su di loro tutte le responsabilità delle ruberie.
Sia chiaro non si intende sostenere che le attuali fondazioni siano delle verginelle, o che non sia colpa loro delle nomine di amministratori truffaldini ed infedeli od ancora che ciò non lo abbiano fatto per inconfessabili collegamenti politici.
Ma è certo che le fondazioni, , anche scontando un deviante rapporto con i partiti, sono ad oggi una delle pochissime forme di controllo democratico e di finalità sociale dell’attività bancaria. Come si fa a non capire che, con la loro eliminazione, si passa dalla padella alla brace, con il passaggio del capitale azionario tutto nelle mani dei gruppi finanziari privati e quindi ancora più sganciato dal territorio e da una funzione sociale. In questo senso bene ha fatto la Fondazione Monte Paschi a tentare di mantenere una posizione di maggioranza in quella banca.
A tal proposito vorremmo portare all’attenzione della politica uno dei veri problemi della nostra economia nazionale dopo la mondializzazione, sottinteso dal caso specifico del Monte dei Paschi di Siena.
Infatti a nessuno può sfuggire che stante la libera circolazione delle merci e dei capitali finanziari a scala mondiale si è generata una oggettiva condizione ricattatoria nei confronti dei lavoratori e dei territori, in quanto non possono essere altrettanto mobili. Tal per cui un imprenditore può investire i propri capitali dove è più remunerativo, producendo nei paesi in via di sviluppo e generare disoccupazione nei paesi più sviluppati, innanzi tutto per mancanza di capitali di investimento.
Va da se che la soluzione di questa questione in un mercato globalizzato, non può stare nella limitazione della circolazione del capitale, come non può stare nella riapertura di una fase emigratoria dal nostro paese. Ed allora come non vedere che, per la rimessa in fase dei fattori di produzione capitale/lavoro/territorio/consumi, può essere molto utile l’esistenza di un capitale per costituzione legate al territorio, quali le fondazioni, al di là del loro pessimo funzionamento.
Come non vedere che una capacità di orientamento finanziari e di gestione di quote di risparmio degli enti locali sono e potrebbero ancor più essere un volano dell’economia generale? Come non vedere che con essa gli enti locali potrebbero svolgere una meritevole funzione di miglioramento dei beni e dei servizi comuni?
Ed allora per il modo e sui perché il Monte ha fatto alcune acquisizioni, dalla “121” in poi, o del come abbia ingannato innanzitutto i risparmiatori con una politica dei derivati particolarmente spregiudicata deve essere condannato insieme ai suoi padrini politici.
Ma non si può confondere il sacro ed il profano, coinvolgendo nelle polemiche anche la funzione di redistributore sociale di parte degli utili, ovviamente ai cittadini di riferimento della Fondazione. Questo, a nostro avviso è stato l’unico merito del MPS. Anzi da questo punto di vista che crescano 10/100/1000 fondazioni titolari di azioni bancarie, sia di proprietà degli enti locali che di categorie sociali ed augurabilmente con quote maggioritarie.
La polemica sulle Fondazione, invece, è quanto mai giusta e doverosa sui criteri di nomina degli amministratori delle fondazioni, ponendo la questione del come si realizza una rappresentanza democratica e sociale di una comunità, che vada oltre i rappresentanti comunali e libera dalla parzialità politica e sotto un vero controllo sociale.
Il caso della Fondazione Monte Paschi, con i suoi errori di gestione della banca e con il modo clientelare di distribuzione dei ritorni sociali, dimostra in modo eclatante il bisogno di rimettere in discussione i criteri della rappresentanza di una società complessa e di quali possano essere gli strumenti di controllo preventivo della correttezza di gestione e delle finalità sociali.
Ciò detto sulla vera essenza della questione, veniamo al fatto contingente del come coprire il buco dei quattro miliardi venuto alla luce, che coinvolge grandi questioni istituzionali e sociali.
In primis non si può accettare come logica e sistema diffuso un comportamento protezionista dello Stato per i grandi farabutti, espresso nella frase “troppo grande per poterla far fallire”, se non altro per il valore fortemente diseducativo in essa contenuto che garantisce una licenza statale alla finanza deresponsabilizzata e per ciò stesso disposta alla spregiudicatezza gestionale.
In secundis sarebbe moralmente disonesto e politicamente lesivo del principio costituzionale dell’uguaglianza dei diritti consolidare un comportamento in cui quando si guadagna guadagna il privato quando si perde, perde lo stato.
Né tanto meno è proponibile in una situazione di carico fiscale non più sostenibile sui meno abbienti regalare alla speculazione finanziaria quattro miliardi di euro, anche se sottoforma di prestito. Ed a nulla vale la giustificazione di un tasso oneroso del nove per cento, quasi fosse un buon investimento dello Stato, quando non se lo può permettere e quei soldi si tolgono oggi, nel momento di maggiore bisogno, dalle tasche dei cittadini. Per non parlare poi della solvibilità di una banca in crisi per un prestito tanto oneroso e la riserva di ulteriori rinegoziazione. Stante le tante proposte che fioriscono anche noi ci permettiamo di dire la nostra. Secondo noi, come tutte le aziende, anche le banche, grandi che siano, debbono fallire, sia pur tecnicamente, nel senso che a fallimento certificato possano intervenire norme di legge secondo cui il pubblico possa intervenire, per la garanzia solo dei correntisti, dei lavoratori e dei risparmiatori, mediante concordati fallimentari con i creditori.
A ciò chè si possano ricostituire la condizioni di corretta gestione finanziaria e di affidabilità e ricollocarla sul mercato mantenendone comunque un quota azionaria di garanzia di socialità, anche tramite la presenza di fondazioni espressioni del territorio.

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