Il Fisco del ministro prestigiatore

Avremmo voluto dire “finalmente era ora”. Finalmente perché, dopo un paio di sberle elettorali, la maggioranza politica ha finalmente capito quali sono i problemi dei cittadini italiani, e comincia a parlare di riduzione delle tasse per aumentare i consumi.
Ed allora, per noi consumatori, che non abbiamo partecipato al teatrino della politica, per comune mancanza di interesse loro nelle nostre proposte e noi nelle loro polemiche futili, ora forse sarebbe il caso di ricominciare a proporre, nella speranza che le sberle possano aver reso le orecchie più sensibili.
Ma purtroppo non c’è tanto da rallegrarsi. A prima vista non sembra una cosa seria. Il dibattito si apre con la regia del solito prestigiatore e superministro delle tre carte, con proposte fantasiose basate su numeri dati a caso. Un prestigiatore che sa di stare su di un palcoscenico a proporre illusionismi ad una platea di spettatori certamente tuttologi ma anche superficiali quanto basta per gestire una polemica, come sono la gran massa del personale politico di tutti gli schieramenti. Ed in questo modo il prestigiatore, illude, prende in giro, e divertendosi si guadagna anche una carriera politica.
Non si tratta, ci pare, della eliminazione delle tasse sulle pensioni, anche se su di esse, essendo accantonamenti e salario differito non ci dovrebbero proprio essere, né tantomeno della defiscalizzazione totale della produzione e fare dell’Italia un paradiso fiscale.
E che dire dell’affermazione apodittica che un’ipotetica riforma fiscale deve essere fatta “ad invarianza dei costi”,”a costo zero” ecc. Bella frase, non c’è che dire. Tipica del garante delle compatibilità del sistema economico, ma senza alcun significato reale. Infatti nella realtà le riduzioni della pressione fiscale risultano vere e sostenibili solo se fatte in compresenza di una riduzione del debito e quindi non a saldo zero a più, e quelle a saldo risulterebbero solo una redistribuzione della pressione. Cosa sulla quale non ci sputerebbe nessuno, date le disuguaglianze sociali, anche se quello che necessita alla nostra economia è una vera riduzione della pressione su tutto il sistema.
Il colpo di genio della proposta del passaggio dall’imposta sui redditi di persone e imprese all’imposta sulle cose (da Irpef-Irpeg a Iva) è in realtà un miserrimo colpo di teatro per far vedere che è tutto da rifare per rinviare e non fare nulla. Una proposta con effetto opposto a quello necessario, però fascinosa e ben vendibile sul mercato della polemica politica. Non vi è dubbio alcuno che un ulteriore carico dell’Iva produrrebbe un automatico aumento dei costi, innanzitutto dei beni di prima necessità e di consumo delle grandi masse, per le quali ben poco beneficio comporterebbe la riduzione dell’Irpef. E neppure un’oculata politica delle esenzioni potrebbe compensare l’aggravio, poiché non basterebbe nessun aumento anche se forte sui generi voluttuari sufficiente a compensare le differenze. In definitiva un passaggio dall’Irpef all’Iva significherebbe oggi una spinta alla recessione economica.
E da ultimo la domanda roboante del dove andare a trovare i soldi. E giù le solite litanie.
C’è chi ribatte sull’evasione –pagare tutti per pagare meno- senza arrendersi all’evidenza di un sistema economico basato sul più furbo e senza prendere atto che un ruolo dell’erario più “rigoroso” quale l’esperienza Equitalia in realtà si è trasformato in uno strumento di strozzinaggio di Stato sulle grandi masse con interessi oltre il limite dell’usura e con metodi vessatori ed in spregio dei diritti dei cittadini, ma che però non intacca minimamente la vera grande evasione.
C’è chi, non trovando altro meglio da dire, si azzarda a riproporre, anche se a mezza bocca, nuove tasse patrimoniali, mascherandole con una specie di atto di solidarietà da parte dei cittadini più ricchi. Proposito certamente meritorio ma altrettanto certamente non comprendibile in un sistema economico speculativo come quello dominante. Un provvedimento una tantum che non risolverebbe il problema del debito pubblico e che però costituirebbe un aumento della pressione fiscale complessiva del sistema ed in qualche modo avrebbe un effetto depressivo sul sistema a meno che il prelievo non fosse talmente minimo da non avere tali effetti ed allora anche in incidente.
Su questa linea di aggressione dei patrimoni, qualcuno arriva anche alla proposta folle, di dismettere il patrimonio pubblico per recuperare danaro da portare a riduzione del debito. Senza però rammentare che già in passato sono state fatte simili operazioni che hanno impoverito il popolo italiano, svendendo ai privati solo le cose buone e redditizie ed a cifre ridicole, in quanto, stante la decisione di vendita, essi ne hanno gestito il prezzo.
Su questo, sentendoci un po’ sfottuti dalla sfrontatezza del prestigiatore, e dalla pochezza degli interlocutori, non riusciamo a trattenere l’irritazione e snoccioliamo di nuovo un elenco, più volte indicato, dove poter andare a prendere i soldi senza arrecare danno ai cittadini ed all’imprenditoria sana ed onesta.
1) riduzione dell’extragettito e sua restituzione ai cittadini in termini riduzione percentuali delle aliquote impositive;
(ormai questa voce di bilancio per effetto dei meccanismi automatici vola a quote altissime. Ai tempi di Prodi era preso in considerazione e si chiamava tesoretto ed ora sparisce nei meandri del bilancio, fintamente a riduzione del debito, che però si fa continuare a crescere. Una stima media prudenziale è di oltre 10 miliardi di euro annui, senza considerare le stime della sua somma totale (75ML€).
Forse già solo questa disponibilità ed il contenuto stesso dell’entrata sono sufficienti e fortemente dovuti alla riduzione delle tasse. E’ il rendere un po’ di maltolto.
2) Aumento delle entrate non fiscali, mediante la rivalutazione del reddito del patrimonio pubblico e dei canoni concessori;
(quello dell’utilizzo del patrimonio pubblico, immobiliare e non, dei suoi livelli di reddito e dei canoni delle concessioni è una delle principali sacche di spreco, di inefficienza, nonché area di forti privilegi e di corruttela della pubblica amministrazione. Una sua rivalutazione con un congruo aumento dei canoni locatizi e di concessione renderebbe disponibile annualmente una cospicua cifra per coprire abbondantemente una riduzione delle tasse. Una stima approssimata per difetto del possibile aumento delle entrate non fiscali e quindi senza grandi rimbalzi sull’andamento economico e produttivo si può allocare intorno agli 8 miliardi annui)
3) Aumento delle entrate non fiscali, mediante la previsione di un rendimento minimo garantito del capitale pubblico nelle partecipazioni nelle società di diritto privato;
(gran parte del debito pubblico è costituito dalla forte esposizione dello Stato nel capitale di moltissime società di diritto privato. Investimento che non produce alcun reddito ed ancor meno occupazione, stante le disinvolte gestioni aziendali e le politiche di trasferimenti. Una stima di un accettabile imposizione potrebbe aggirarsi sui 5 miliardi annui.)
4) Eliminazione dei privilegi fiscali, aumentando il prelievo del reddito da operazioni finanziarie, passando dal 12,50% al 20%, e diminuendolo sul risparmio, passando dall’attuale 27% al 20%;
(la proposta non ha bisogno di commenti e la quantificazione è di difficile stima per il futuro, proprio in ragione della sua variabilità degli scambi)
5) Eliminazione di forme di evasioni eccellenti e legali, quale quella derivante dall’iscrizione al passivo delle entrate dei redditi da signoraggio, invece che all’attivo e quindi doverci pagarci le tasse, da parte della Banca d’Italia;
(Anche qui le cifre a disposizione sono rilevanti. Parliamo di un imponibile di alcune centinaia di miliardi di euro,che potrebbero fruttare una ventina di miliardi annui)
Insomma se la maggioranza volesse davvero ridurre le tasse, avrebbe a disposizione un ventaglio molto ampio su cui attingere di oltre 40 miliardi annui.
Se poi, volesse Iddio che la maggioranza se la sentisse di scontentare i banchieri ed i vari padroni delle monete, ed intenda anche procedere davvero ad una seria riduzione del debito, allora noi buttiamo subito il cuore oltre l’ostacolo e mettiamo subito in evidenza come con una piccola modifica delle norme sulla titolarità e incameramento del reddito da signoraggio, si potrebbero avere a disposizione dell’erario pubblico molte centinaia di miliardi derivanti da funzione di garanzia istituzionale che attualmente vengono fatti gestire da un società privata quale è la banca d’Italia e non vengono incamerati dallo Stato, come fanno molti altri e tra cui il superliberista regno britannico, magari anche mediante la nazionalizzazione della Banca d’Italia, per altro già decisa da anni.
Si badi bene, le proposte sopra descritte valgono solo se si avesse il coraggio o meglio dire la libertà di andare contro alcuni potentati economici forti. A questa unica, ma dirimente condizione, si potrebbe, non solo diminuire le tasse per salari, pensione e piccola impresa, ma solo recuperando il maltolto si potrebbe ridurre sensibilmente il debito pubblico e con esso gli alti interessi passivi e quindi innescare una spirale a riduzione del debito come condizione di una ulteriore riduzione fiscale ed incentivi alla crescita. Insomma non essere al servizio delle banche e dei fondi speculativi ma al servizio della qualità della vita dei cittadini.

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