Ma è possibile che non si capisce?

Ma cosa deve succedere affinchè i nipotini del gloriosissimo partito comunista riescano a capire che non stanno capendo niente. Possibile che per capire non basta che i sindacati sono costretti a firmare accordi con la riduzione del 30% dei salari; che la qualità della vita delle grandi masse è arretrata di trenta anni; che un Presidente della repubblica proveniente da una precisa area culturale esprime la necessità di una cessione di sovranità democratica ad organismi non eletti democraticamente e controllati dalla finanza speculativa, storicamente avversaria e controparte del mondo del lavoro;
che un Presidente della repubblica proveniente da una precisa area culturale esprime la necessità di una cessione di sovranità democratica ad organismi non eletti democraticamente e controllati dalla finanza speculativa, storicamente avversaria e controparte del mondo del lavoro; che tutti i punti decisionali del paese sono ormai nelle mani di diretti rappresentanti dei banchieri nostrani; che c’è un parlamento espropriato da un tecnocrate fiduciario degli speculatori internazionali e per questo a loro gradito, i quali lo hanno imposto e lo difendono con il ricatto dei mercati sul debito pubblico; che le grandi masse contano sempre meno; che i partiti, ed anche quelli discendenti dalla gloriosa storia hanno perso la loro diversità e come gli altri hanno un orizzonte politico tutto interno al pensiero unico dominante del capitalismo finanziario occidentale.
Come si fa a non capire che questa crisi non è di tipo congiunturale che prima o poi passerà, ma è crisi di sistema che coinvolge il modello economico occidentale che, con la mondializzazione, ha messo in condizione di maggiore competitività altre aree del mondo (Cina, India, Brasile, Russia) , in particolar modo quelle ex arretrate che hanno un costo della manodopera molto più basso e una qualità della vita decisamente inferiore, per cui la finanza occidentale, per continuare a guadagnare, non potendolo più fare sulla produzione, deve impoverire lo stato sociale delle popolazioni.
Come si fa a non capire che se si ragiona all’interno del sistema economico dominante, qualunque tentativo di mediazione in un sistema fondato sulla speculazione è destinato esclusivamente a peggiorare lo stato dei non amici degli amici.
Come si fa a non rammentarsi che un vecchio, con tanto di barba e papillon, sosteneva che l’evoluzione del modello di libero mercato capitalista all’apice del suo sviluppo avrebbe posto l’alternativa secca fra una evoluzione in senso sociale oppure una involuzione sociale, se non addirittura una fase distruttiva per poter ricostruire nuove condizioni di mercato.
Come si fa a non capire che sta accadendo una cosa che i loro genitori hanno sognato e per cui hanno lottato e spesso perso la vita, e cioè la tanto agognata crisi e crollo del modello economico di libero mercato capitalista.
Come si fa a non capire che di fronde ad una crisi di sistema l’unica soluzione sta nell’imporre modifiche al sistema che risolvono tutte le contraddizioni interne che il sistema ha prodotto.
Ed allora cosa si aspetta ad andare ad un ripensamento, anche autocritico, della storia recente dei movimenti politici richiamatisi agli interessi delle grandi masse, del come troppo facilmente ci si è fatti convincere dall’ideologia dei padroni del sistema, che il “Dio libero mercato” avrebbe comunque risolto tutti i problemi ed avrebbe garantito piena occupazione e sviluppo duraturo.
Cosa si aspetta a prendere atto che le mutazioni del sistema di scambi mondializzato impone di ripensare i vari sistemi economici nazionali, in cui lo Stato sociale e la qualità della vita di un popolo non siano dipendenti dalla speculazione finanziaria mondiale e non siano di ostacolo alla competitività internazionale della sua produzione.
Un ripensamento del ruolo della fiscalità in un sistema di concorrenza mondializzata. Una ricomposizione della dualità della produzione tra lavoro e proprietà dei mezzi. Un ripensamento circa la nuova centralità di una economia sociale, non più incentrata nella produzione pur che sia, ma calibrata sui bisogni dei cittadini/consumatori. Va ricomposta l’unicità del cittadino nella sua doppia dimensione di produttore e consumatore dei beni prodotti. Ci si deve rammentare che per avere un’occupazione stabile e duratura, necessita una produzione stabile, che però non esiste senza un mercato e dei consumi stabili, i quali si ottengono solo con salari stabili.
Insomma la costruzione di quel ciclo virtuoso che sostanzia l’idea di una società, si, di libero scambio tra i popoli ed i cittadini, ma regolato secondo criteri di socialità e solidarietà economica, tante volte vagheggiato come il sole dell’avvenire.
Circa poi l’azione della speculazione finanziaria, come si fa a non vedere che essa è fondata su un gigantesco bluff, mediante la costruzione di uno spauracchio finto. Lo spreed. Un’invenzione numerico-statistica, senza alcuna incidenza reale, venduto come la madre di tutti i mali. Trattasi invece solo di un parametro di raffronto del mercato secondario dei bot decennali e non già delle emissioni, per altro riferito a titoli di credito neppure più molto confacenti ai moderni mercati molto variabili.
Come si fa a non vedere che questa speculazione sul nostro debito viene fatta utilizzando il risparmio degli italiani con le banche nostrane nel ruolo dei collettori della speculazione.
Come non vedere che, se il governo e i principali partiti non fossero asserviti, sarebbe semplicissimo fermare questa speculazione, bastano poche norme di regolazione delle attività bancarie e poche iniziative tese alla funzionalizzazione del risparmio nazionale. I soldi per stimolare una ripresa produttiva ci sono e molti, senza alcuna necessità di aumento delle tasse di alcun genere. Basterebbe volerli usare a vantaggio dei cittadini.

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